L'associazione culturale LiberamenteUnico propone attraverso seminari esperienziali un modo di essere e di formare rispettoso dell'individuo e della sua unicità, per sviluppare l'autenticità di ogni singolo essere umano. Un luogo dove poter sperimentare, conoscere, giocare. L'esigenza è di indagare il pianeta umano, per un teatro che muove dagli impulsi che maggiormente hanno bisogno di raccontarsi utilizzando e affrontando linguaggi espressivi diversi, ma in cui il corpo e il movimento per la qualità di verità, diventano i veri protagonisti.
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Ho cominciato con la danza a soli tre anni e ho studiato classico accademico fino a diciotto; ho vinto poi una borsa di studio per AMDA (accademia di musical) di New York. È stata un'esperienza interessante e fondamentale: lì ho imparato che cosa vuol dire professionalità. In quei quattro anni ho capito che la cosa più importante non è aspirare ad essere qualcun altro, ma saper sfruttare al meglio le proprie caratteristiche, anche i propri limiti e i punti deboli: lavorare con quello che c'è, insomma.
Sono molto affascinata dal pianeta umano, da come l'individuo, nonostante le sue fragilità e le sue patologie, riesca comunque a stare in piedi. Perciò ho deciso di studiare alla scuola di Riza Psicosomatica, diplomandomi in naturopatia con un master in bio-energetica e movimento-terapia. Ho fatto una tesi su come la terapia può aiutare l'arte.
Penso che un artista per poter raccontare qualcosa – di sé o del mondo esterno – debba sviluppare innanzitutto la capacità di osservazione... bisogna imparare a osservare ciò che ci abita. Amo molto insegnare, è la cosa che mi riesce meglio, e quando tengo i miei laboratori e seminari insisto molto sull'importanza di diventare consapevoli. La nostra società, con i suoi ritmi e i suoi tabù, spesso ci impone di staccarci da noi stessi, dal nostro corpo. Il lavoro che io propongo, ispirato alla bioenergetica, consiste dunque in un recupero della capacità di ascolto di noi stessi, così da ricostruire quel contatto perduto. È come se fossimo un tappeto ricoperto di polvere e l'idea è proprio di smuovere questa polvere per rendere il corpo un po' più libero di raccontarsi.
Barbara Altissimo, intervista di Giorgia Marino - Teatro Pubblico, marzo 2007.